La sicurezza del sangue e degli emoderivati

Nelle scorse settimane si è discusso sulla qualità del sangue raccolto e dei prodotti derivati ma negli ultimi 10 anni in Italia non è noto alcun caso di trasmissione di infezioni.

(Centro Nazionale Sangue) – Gli emoderivati in circolazione in Italia sono molto sicuri, come forse non sono mai stati fino ad ora. E il motivo è da ricercare in questi aspetti: in Italia sono ammessi solo donatori volontari e non retribuiti; la selezione dei donatori e le indagini su ogni singola unità di sangue vengono effettuate dai Servizi Trasfusionali, strutture pubbliche che operano anch’esse senza fini di lucro e operano secondo standard e con un numero e una qualità di esami non comuni a livello internazionale; infine il plasma che viene inviato all’industria convenzionata con le Regioni per la produzione dei farmaci plasmaderivati viene nuovamente esaminato dall’industria e l’Istituto Superiore di Sanità controlla i prodotti finiti prima di autorizzarne la distribuzione rispettando rigorosamente le norme europee.

Negli ultimi 10 anni in Italia non è noto alcun caso di trasmissione di infezioni attraverso i farmaci derivati dal plasma raccolto in Italia. L’Italia non importa sangue perché è diventata da anni autosufficiente. Importa farmaci plasmaderivati (albumina, immunoglobuline, ecc) perché non raccoglie ancora abbastanza plasma per poter coprire tutto il suo fabbisogno. «Ma questa è la sfida che i Servizi Trasfusionali, le istituzioni, in particolare da quando esiste il Centro Nazionale Sangue, e le associazioni dei donatori volontari hanno raccolto e stanno affrontando abbinandola anche a una battaglia culturale e scientifica per un uso appropriato e non distorto di questi farmaci» afferma Claudio Velati, presidente della Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia, che abbiamo intervistato ai microfoni di Radio Blood. «E questa sfida viene raccolta proprio per garantire la massima sicurezza di questi farmaci a partire dal modello europeo e italiano che parte dal donatore volontario, non retribuito e responsabile». Non è così in altri paesi del mondo.

Nelle ultime settimane si è avuto modo di leggere sui giornali circa la qualità o meno degli emoderivati, e riguardo al fatto che in Italia esista un’unica azienda produttrice. «La storia parte da lontano: negli anni Ottanta e Novanta si era in quel triste periodo nel quale in tutto il mondo attraverso la trasfusione e in particolare attraverso l’uso dei farmaci plasmaderivati si assisteva alla trasmissione di epatiti e di AIDS perché mancavano i test che permettessero di individuare i virus responsabili», aggiunge Velati. Ci fu allora una forte tensione a mantenere tutta la raccolta e la lavorazione del plasma sul territorio nazionale per evitare che, con l’esportazione o l’importazione di plasma, si corresse il rischio di miscelare plasmi meno sicuri. Oggi i tempi sono cambiati: ci sono i test che consentono la selezione, e in Italia ne utilizziamo tra i più sensibili, e le norme sono diventate non più nazionali, ma europee, appunto. Conclude Velati: «quindi è giusto che, come previsto dalla legge nazionale che governa la gestione del sangue e della trasfusione, anche le altre aziende che rispettano le norme europee possano partecipare a questa produzione. Ma attenzione: il modello che si è creato in Italia è un modello molto positivo. E i risultati lo dimostrano».

Fonte: Centro Nazionale Sangue: ascolta il podcast “Sangue sicuro” di Radio Blood.

di Criel

Medico, redattore di Eumed.org.


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