Polverini dice no ai ticket sul pronto soccorso nel Lazio

La candidata alla presidenza della Regione Lazio: «Ci sono molti altri capitoli sui quali si può incidere». Scelta operativa o demagogia?

Con un disavanzo di 1 miliardo e 700 milioni nel 2009 il sistema sanitario laziale è uno tra i più economicamente disastrati d’Italia. Secondo quanto diffusamente riportato dalla stampa la Regione Lazio, attualmente commissariata, considera anche la strada dell’imposizione di un ticket sul pronto soccorso con il pagamento di una quota versata direttamente dal cittadino dopo la prestazione.

In questi giorni si sono registrate le posizioni contrarie di tutte le parti politiche e dei sindacati. Dagli studi di UnoMattina, in onda ieri su Rai Uno, Renata Polverini ha dichiarato: «Non credo che si possa far pagare ancora ai cittadini per l’erogazione del servizio sanitario che già pagano pesantemente, perché nel Lazio le addizionali Irpef e Irap sono le più alte». Per Polverini infatti «ci sono molti altri capitoli sui quali si può incidere a cominciare dai costi della politica che gravano sul servizio sanitario, i costi della burocrazia». In questo senso sarà opportuno «istituire un servizio di controllo e di ispezione della formazione della spesa anche laddove necessario, convenzionando la Regione con la Guardia di Finanza. Questo piano si può e si deve rinegoziare con il Governo».

Al momento di scrivere non trovo una posizione specifica su questo argomento per l’avversaria Emma Bonino, che peraltro si era espressa così il 21 gennaio per i ticket sulla riabilitazione: «No ai balzelli sulla disabilità: il provvedimento assunto dal commissario di Governo per il rientro del debito della Regione Lazio è ingiusto e inaccettabile. Non discuto sulla necessità di mettere in campo strumenti per contenere la spesa sanitaria. Di sicuro, però, questi non possono gravare su chi già vive in condizioni di difficoltà, vale a dire sui disabili e loro famiglie. Chiedo quindi al Governo di parlare con il proprio commissario per rivedere subito il decreto».

E’ decisamente prematuro trarre ora una conclusione – le proposte elettorali per la sanità sono ancora indefinite – ma non è difficile prevedere che per entrambe le candidate la formula sarà quella già ascoltata da lungo tempo: meno sprechi e più efficienza. Eppure gli opposti schieramenti politici, da Badaloni passando per Storace, dopo essersi proposti all’elettorato con posizioni simili non hanno certo brillato per i risultati.

Ma quali dimensioni ha il servizio di pronto soccorso nel Lazio?

59 strutture di pronto soccorso hanno effettuato 2.125.823 prestazioni nel 2008, con 72,9% codici verdi e 9,7% codici bianchi. Il primato degli accessi in Pronto Soccorso spetta al Policlinico Umberto I di Roma, seguito dal S. Camillo-Forlanini e dal Sandro Pertini. Ci si reca generalmente con mezzi propri (83,6%) e principalmente per questi 10 motivi: distorsione e distrazione del collo (1,94%), dolore addominale di sede non specificata (1,83%), dolore toracico non specificato (1,77%), cervicalgia (1,65%), contusione della faccia, del cuoio capelluto e del collo escluso l’occhio (1,65%), febbre (1,55%), colica renale (1,51%), sincope e collasso (1,20%), faringite acuta (1,19%). Il 5,43% di coloro che si sono registrati all’arrivo, infine, non risponde quando arriva il proprio turno. La voce “non risponde” è quindi al primo posto di questa particolare classifica e ha un preciso significato: oltre 106.000 persone si recano in pronto soccorso per una patologia per la quale non possono o non vale la pena aspettare.

Il quadro dell’attività di Pronto Soccorso delle strutture ospedaliere del Lazio secondo Laziosanità – Agenzia di Sanità Pubblica è stato ripreso recentemente dal Censis: «L’ospedale, infatti, mantiene il ruolo di catalizzatore della risposta sanitaria, al quale i cittadini ricorrono non solo nei momenti in cui percepiscono un grave rischio per la salute, ma anche nelle situazioni borderline».

Una situazione spesso desolante per chi vi lavora, con turni massacranti, in perenne mancanza di personale e frequentemente in condizioni di precarietà contrattuale, ma sconfortante soprattutto per i malati a causa delle attese estenuanti e della bassa qualità percepita. La quotidiana congestione delle strutture di emergenza porta talvolta a guasti irreparabili, come la morte del 60enne ad Albano dopo quasi 48 ore in barella per la mancanza di un posto letto.

Le cause della congestione dei dipartimenti di emergenza sono note da lungo tempo. La mancanza dei posti letto per i ricoveri è solo una di esse e ha origini antiche, ancora ben radicate in molti primari. Spesso si privilegiano i ricoveri di elezione, quelli scelti dai medici di reparto, per alimentare le casistiche e l’attività scientifica. Questa selezione dei pazienti, seppur legittima, in qualche caso è anacronistica, artificiosa o organizzativamente non appropriata tanto da essere punita dal sistema dei controlli sui DRG. Gli effetti sui Pronto Soccorso sono ben più estesi che non per i tagli sul numero dei posti letto operati negli anni dalla Regione.

L’elevato afflusso di persone e la cronica mancanza di posti letto orienta sempre di più i medici di pronto soccorso alla pratica della medicina difensiva: più accertamenti possibili e sempre più proposte di ricovero.

Le ridotte alternative all’ospedale sono un altra importante causa di affollamento dei pronto soccorso. Le attese per una prestazione nelle diverse strutture ambulatoriali di tutta la Regione mostrano realtà molto diverse: si può attendere tra 7 e 127 giorni per una visita cardiologica, tra 1 e 84 giorni per una visita otorinolaringoiatrica, tra 9 e 94 giorni per una visita ginecologica e tra 2 e 104 giorni per una ecografia ostetrica. Queste disomogeneità e le obiettive difficoltà dei cittadini, causate da un’assistenza territoriale poco efficiente, alimentano un malcostume che sarebbe sciocco nascondere e che vorrebbe tutto e gratis, saltando le file e il medico di famiglia. Un comportamento sociale e culturale ormai radicato in molti cittadini e su cui sembra si sia scelto di tirare i remi in barca.

L’introduzione del ticket senza altri provvedimenti strutturali è solo un espediente per fare cassa. Quando il servizio sanitario, invece, offre sul territorio un’alternativa efficace al pronto soccorso con i Presidi Ambulatoriali Distrettuali e l’Assistenza Territoriale Integrata, l’introduzione del ticket si dimostra un valido deterrente per le prestazioni non appropriate in Pronto Soccorso. Scartarlo a priori perché impopolare non appare la scelta giusta soprattutto per i cittadini e per la qualità che si ha il dovere di assicurare loro.

Ci piacerebbe vedere un cambiamento nell’educazione sanitaria di tutti noi e una diversa consapevolezza di operatori e cittadini nell’utilizzo delle risorse umane, tecniche ed economiche. Queste non sono né illimitate né rinnovabili all’infinito.

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