Morire in discoteca ma con ritmo: gli arresti cardiaci nei giovani
Un malore, poi la morte mentre la musica continua e gli altri ballano. Cosa fare in questi casi?
Una giovane donna di 29 anni si accascia sul pavimento di una discoteca. Alcuni dei presenti credono a uno svenimento e adagiano la donna su un divanetto, molti altri forse neanche se ne accorgono. L’ambulanza arriva mezz’ora dopo, mentre la musica continua a pompare divertimento senza interruzioni. Il gestore del locale si giustifica «Volevo evitare la calca».
E’ un’altra brutta notizia, una delle tante che non vorresti mai leggere, registrata nelle prime ore di ieri in provincia di Rovigo. I fatti e le eventuali responsabilità sulla gestione del soccorso saranno ovviamente accertati dalla magistratura ma i primi elementi riportati nelle cronache suggeriscono alcune semplici e pratiche considerazioni.
Tra i giovani gli arresti cardiaci extra ospedalieri (OHCA) sono eventi tutt’altro unici. In una grande città come Londra se ne registrano ogni anno circa 770, pari a una intera scuola o a una facoltà universitaria. Poco meno della metà colpiscono giovani tra i 18 e i 35 anni per cause non traumatiche: una patologia cardiovascolare alle volte mai diagnosticata prima, un’avvelenamento o l’uso di sostanze stupefacenti, tra cui non è esclusa la cannabis [2]. Circa un terzo di tutti i decessi non troverebbe una spiegazione [3].
In media negli Stati Uniti circa il 5% [4] tra coloro che hanno subito un arresto cardiaco extra ospedaliero torna a casa. Un dato incredibilmente basso se paragonato a quanto siamo abituati a vedere nelle serie televisive: nella notissima ER [5], per chi si vuole divertire a fare dei confronti, le sopravvivenze sono del 68% ! Le differenze registrate tra regioni o Paesi diversi, però, possono essere notevoli. Uno studio svedese [6] riporta sopravvivenze a 1 mese complessivamente del 14%, segno evidente che esistono ampi margini su cui intervenire.
I numeri, quindi, ci raccontano che questi eventi accadono realmente e possono coinvolgerci da vicino. Restare con le mani in mano per paura o indifferenza significa consegnare l’infortunato, uno sconosciuto o un nostro caro familiare ad un destino potenzialmente evitabile. Ma cosa fare?
Le prime informazioni, tutte da verificare, riportate dalla stampa sul triste episodio di Rovigo ci dicono chiaramente cosa non fare: sottovalutare un malore con perdita di coscienza e interferire con il soccorso.
Uno svenimento può essere provocato da stress, fatica o fame e le condizioni che provocano una breve perdita di coscienza sono per lo più di natura benigna. La maggior parte delle crisi epilettiche da grande male non ha bisogno di essere trattata o sorvegliata in ospedale (chi ne soffre lo sa bene). Tuttavia la sottovalutazione di un’alterazione dello stato di coscienza può rivelarsi una leggerezza irresponsabile.
Se una persona sta male o, peggio, non vi risponde, chiamate subito il 118 senza aspettare che si riprenda. Non vi fate scrupoli a chiamare il 118 anche se il malessere sembra passato. E’ dimostrato, infatti, che il ritardo nella richiesta di soccorso è associato a un aumento della mortalità [7]. Dopo aver risposto chiaramente alle domande dell’operatore del 118, seguite alla lettera le sue istruzioni.
A questo punto qualsiasi interferenza con il soccorso deve essere ridotta o eliminata. I rumori o le vibrazioni ad alta intensità ostacolano la valutazione di un arresto cardio-respiratorio anche per chi è esperto. Nel caso di Rovigo non si comprendono i motivi che avrebbero consigliato a continuare la diffusione della musica: il malore di una persona non è una minaccia per tutti, come ad esempio un incendio; un normalissimo annuncio rivolto a un pubblico presente a se stesso permette a tutti di capire e non crea il panico. L’alternativa è l’evacuazione dell’infortunato in un ambiente tranquillo e protetto.
Ognuno di voi può fare al riguardo le considerazioni che crede: cinismo, scarsa cultura della sicurezza e del soccorso, ingenuità o fatalità. A me tutte le volte colpisce il ritardo con cui il soccorso viene attivato.
Il soccorso medico si pratica attivando prima possibile la catena della sopravvivenza: chiamare il 118, iniziare la rianimazione cardio-polmonare di base, iniziare la defibrillazione, iniziare gli atti terapeuti avanzati. Il potenziamento e l’attivazione precoce di queste azioni determina la sopravvivenza di un maggior numero di persone [8].
I primi 3 elementi della catena sono alla portata di tutti. Ognuno di noi, anche il soccorritore più improvvisato, è parte della catena della sopravvivenza e spesso non è possibile aspettare l’arrivo del soccorso professionale. Iniziate immediatamente voi stessi il massaggio cardiaco.
Vi trovate di fronte a una persona priva di conoscenza e non siete in grado di stabilire se si tratta di un arresto cardiaco? Non abbiate paura e iniziate lo stesso il massaggio cardiaco. Ne vale la pena. Secondo un recentissimo studio rischierete di causare lesioni all’infortunato [9] solo in una percentuale limitatissima di casi: non sono state registrate lesioni di organi interni mentre solo il 2% ha riportato una frattura costale.
Se non siete stati addestrati alla respirazione bocca a bocca o la situazione ve lo sconsiglia, non vi arrendete. Iniziate immediatamente almeno il massaggio cardiaco con compressioni toraciche veloci senza interruzioni [10] (circa 100 al minuto).
In un recente passato si è assistito al paradosso del calo delle sopravvivenze in situazioni ottimali e in luoghi dove era disponibile un defibrillatore. Questo fenomeno è dovuto al fatto che il primo soccorritore, spesso la prima persona che passa, aspetta che qualcuno porti il defibrillatore e lo sappia usare. Ricordate: voi stessi siete parte della catena di sopravvivenza. Non aspettate e iniziate immediatamente il massaggio cardiaco.
Proseguite il massaggio cardiaco fino all’arrivo del soccorso professionale. Il defibrillatore poi, non è uno strumento venuto da Marte. Il suo uso è più facile di quanto si possa immaginare. L’importante è essere consapevoli di ciò che si fa, come in questo video.
Molte persone possono potenzialmente sopravvivere a un arresto cardiaco extra-ospedaliero se tutti gli elementi della catena della sopravvivenza funzionano e sono potenziati. In conclusione, non ci sono scuse per attendere: “The time to do so is now” [11].
Bibliografia
- Donohoe RT, Innes J, Gadd S, Whitbread M, Moore F. Out-of-hospital cardiac arrest in patients aged 35 years and under: A 4-year study of frequency and survival in London. Resuscitation. 2009 Nov 12. [Epub ahead of print]
- Sattout AH, Nicol MF. Cardiac arrest following cannabis use: a case report. Cases J. 2009 Nov 19;2:208.
- Eckart RE, Scoville SL, Campbell CL, Shry EA, Stajduhar KC, Potter RN, Pearse LA, Virmani R. Sudden death in young adults: a 25-year review of autopsies in military recruits. Ann Intern Med. 2004 Dec 7;141(11):829-34.
- Benditt DG, Goldstein M, Sutton R, Yannopoulos D. Dispatcher-directed bystander initiated cardiopulmonary resuscitation: a safe step, but only a first step, in an integrated approach to improving sudden cardiac arrest survival. Circulation 2010 Jan 5;121(1):10-3. Epub 2009 Dec 21.
- Diem SJ, Lantos JD, Tulsky JA. Cardiopulmonary resuscitation on television. Miracles and misinformation. N Engl J Med. 1996 Jun 13;334(24):1578-82.
- Ringh M, Herlitz J, Hollenberg J, Rosenqvist M, Svensson L. Out of hospital cardiac arrest outside home in Sweden, change in characteristics, outcome and availability for public access defibrillation. Scand J Trauma Resusc Emerg Med. 2009 Apr 17;17(1):18.
- Swor RA, Compton S, Domeier R, Harmon N, Chu K. Delay prior to calling 9-1-1 is associated with increased mortality after out-of-hospital cardiac arrest. Prehosp Emerg Care. 2008 Jul-Sep;12(3):333-8.
- Iwami T, Nichol G, Hiraide A, Hayashi Y, Nishiuchi T, Kajino K, Morita H, Yukioka H, Ikeuchi H, Sugimoto H, Nonogi H, Kawamura T. Continuous improvements in “chain of survival” increased survival after out-of-hospital cardiac arrests: a large-scale population-based study. Circulation. 2009 Feb 10;119(5):728-34. Epub 2009 Jan 26.
- White L, Rogers J, Bloomingdale M, Fahrenbruch C, Culley L, Subido C, Eisenberg M, Rea T. Dispatcher-assisted cardiopulmonary resuscitation: risks for patients not in cardiac arrest. Circulation. 2010 Jan 5;121(1):91-7. Epub 2009 Dec 21.
- Ramaraj R, Ewy GA. Rationale for continuous chest compression cardiopulmonary resuscitation. Heart. 2009 Dec;95(24):1978-82. Epub 2009 Sep 8.
- Nichol G, Aufderheide TP, Eigel B, Neumar RW, Lurie KG, Bufalino VJ, Callaway CW, Menon V, Bass RR, Abella BS, Sayre M, Dougherty CM, Racht EM, Kleinman ME, O’Connor RE, Reilly JP, Ossmann EW, Peterson E. Regional Systems of Care for Out-of-Hospital Cardiac Arrest. A Policy Statement From the American Heart Association. Circulation. 2010 Jan 14. [Epub ahead of print]


Complimenti all’autore per la tempestività (il caso di riferimento è del 17 c.m.) e per la competenza espressa nel testo che è assolutamente lineare, di facile comprensione e adeguatamente supportato scientificamente (bibliografia). Per sottolineare quanto scritto posso citarvi la nostra esperienza, dove una adeguata distribuzione dei mezzi di soccorso e una rete di first responder (sopratutto laici con DAE), abbiamo ulteriormente incrementato il tasso di sopravvivenza dal 26% al 40%.
Ciao Roman Burkart. Magnifico! Dove?
Una precisazione non riportata nell’articolo: i dati della letteratura si riferiscono alla sopravvivenza a 1 mese.
Esiste una accertata relazione inversa tra il tempo del primo soccorso e il numero degli astanti: più è affollato il posto in cui avviene l’incidente e più passa tempo prima che qualcuno prenda un’iniziativa efficace.
Ciò è dovuto al fenomeno della “riprova sociale”, per cui in presenza di altre persone regoliamo il nostro comportamento su quello che fanno gli altri, e ciò ha un effetto inibente su tutti. Ecco perché è particolarmente pericoloso sentirsi male in un luogo affollato come una discoteca: è più probabile che i singoli individui si sentano deresponsabilizzati.
Questo spiega anche quei video atroci in cui vediamo la gente che passa accanto a persone riverse a terra senza prestare soccorso, e che a torto attribuiamo a indifferenza o egoismo.
Per questo è anche bene che la persona che ha bisogno di aiuto lo chieda assai esplicitamente prima di perdere coscienza, rivolgendosi alla persona più vicina e magari puntandogli il dito contro, per chiarire che ce si sta rivolgendo proprio a lei. Tipicamente, per lo stesso meccanismo della “riprova sociale”, appena una persona interviene intervengono anche le altre invertendo l’iniziale inerzia.
Lieto di leggerti qui.
Il malore e la perdita di coscienza sono condizioni alle quali ognuno di noi, come infortunato o come soccorritore occasionale, risponde progressivamente in maniera individuale. Di sicuro non è necessario solo prestare aiuto ma anche saperlo chiedere per se e per gli altri.
La deresponsabilizzazione è diffusissima in tutti i campi della nostra vita e per certi versi è anche presente nei team medici di pronto soccorso quando non c’è una gerarchia ben definita ma non è un male ineluttabile. Un’organizzazione sociale normale, solo che lo volesse, potrebbe facilmente promuovere lo sviluppo di un’etica della responsabilità personale un po’ meno individualista di quello che si vede in giro.
Quando ci renderemo conto che la cultura della sicurezza e la responsabilità personale sono tra le cose più cool della nostra vita?