La crisi del riconoscimento sociale della medicina

Nulla è sicuro nella scienza tranne la verifica del falso e nulla è scientifico se non è definibile un esperimento che ne possa eventualmente dimostrare la falsità. Dunque la scienza, al contrario del senso comune, non dà certezze, ma solo dubbi in una momentanea tranquillità.

Chirurgia

Nel mondo scientifico il dibattito sul ruolo della filosofia della scienza nel mondo di oggi è vivo e talvolta aspro, tanto da registrare prese di posizioni che la etichettano come anacronistica e inutile. Nell’ambito delle Scienze Mediche questo ruolo è invece ancora denso di significati ma nel corso degli anni, un po’ per interesse e un po’ per pigrizia, siamo stati poco bravi e lo abbiamo messo da parte. Come risultato, oggi sentiamo parlare di medicine ufficiali, non convenzionali ed EBM come se di medicina non ne esistesse una sola.

Alcuni mesi fa l’Ordine dei Medici di Roma ha ospitato le stravaganti tesi sull’acqua del premio Nobel per la Medicina Luc Montagnier. Non c’è da stupirsi: le istituzioni che rappresentano i medici sono storicamente indulgenti, nonostante il Codice Deontologico, nei confronti di certe “novità”. Enrico Maria Staderini, docente di tecnologie biomediche, non si è lasciato sfuggire l’occasione e in una lettera indirizzata all’Ordine riafferma il significato del metodo scientifico e l’attualità dell’insegnamento di Karl Popper.

Di tempo in tempo torno in Italia dalla Svizzera dove insegno tecnologie biomediche in una università di scienze applicate. Al mio indirizzo italiano trovo sempre qualche vecchio numero del periodico dell’Ordine di Roma al quale sono ancora iscritto. Questa volta ho trovato due numeri: il numero 3 ed il numero 4 del 2014 di Capitale Medica. Me li sono messi in borsa e sono ripartito per la Germania.
Con sorpresa leggo sul numero 4 l’intervista al professor Luc Montagnier, realizzata da lei in occasione della partecipazione del professore al convegno «Acqua, veicolo di informazione, nuove frontiere in medicina», organizzato dall’Ordine di Roma. La sorpresa mi è stata causata dal fatto di come l’Ordine di Roma abbia dato credito a queste ricerche che sono già state ampiamente sconfessate (e persino derise) dalla comunità scientifica internazionale. Questo indipendentemente dai meriti assoluti e universalmente riconosciuti del professor Montagnier riguardo alla scoperta del virus HIV per la quale ha ottenuto il premio Nobel. Non aggiungo riferimenti al riguardo (che peraltro sono molto facilmente reperibili su molti seri siti internet), perché non è mia intenzione in questa lettera entrare nel merito della polemica scientifica già molto ben affrontata da altri e molto più qualificati di me. Però noto con sorpresa e dispiacere che di tale importante polemica non si faccia cenno nell’intervista, come correttezza informativa avrebbe voluto.
Voglio invece approfittare di questa occasione per discutere su un paio di questioni anche in riferimento ad un altro articolo, solo apparentemente di opposta visione, pubblicato sul numero 3 del 2014 di Capitale Medica, quello del dottor Domenico Quadrelli: Speciale EBM. Come orientarsi nei meandri dell’EBM. Le questioni sulle quali vorrei commentare in questa sede sono proprio le medicine complementari e la medicina basata sulle evidenze o EBM. Mi sto dedicando a scriverle questa lettera proprio perché stimolato da questi due ennesimi articoli sull’argomento detti sopra, che mi sono arrivati nello stesso momento. Inoltre trovandomi in treno in un lungo viaggio in Germania ho anche il raro tempo di scrivere.
Secondo me la medicina sta vivendo di questi tempi un periodo di sbandamento culturale dovuto in larga misura alla mancanza o deficienza (o dimenticanza?) di una accettata struttura sottostante di tipo filosofico/scientifico. Una struttura che spesso manca nell’insegnamento universitario e che raramente la si ritrova nel pensiero anche dei medici più grandi. Ne consegue quello che io chiamo uno sbandamento, sia esso verso le medicine complementari, sia (all’opposto?) verso la medicina basata sulle evidenze che sta diventando bandiera della cosiddetta medicina ufficiale. Sbandamento che noto essersi esteso anche alle professioni sanitarie, tipicamente quella dei fisioterapisti, ma solo per citarne una. La mia filosofia è quella, ferrea ma semplice, della scienza popperiana alla quale fui proprio introdotto da un grande medico, il professor Giunchi, che fu mio professore di clinica medica a Roma tantissimi anni fa.
Nulla è sicuro nella scienza tranne la verifica del falso e nulla è scientifico se non è definibile un esperimento che ne possa eventualmente dimostrare la falsità. Dunque la scienza, al contrario del senso comune, non dà certezze, ma solo dubbi in una momentanea tranquillità. Approvo dunque senza riserve il sottotitolo della sua intervista, “Nella scienza non esistono dogmi che restino immutabili”, ma non posso non vederne un’affermazione nei confronti dei detrattori delle teorie del professor Montagnier e della medicina complementare. Questo per dirle che, pur essendo fortemente contrario alle affermazioni di Montagnier, Benveniste e altri sull’argomento della impronta dell’acqua e le teorie della coerenza quantistica, sono purtuttavia aperto al fatto che essi possano aver ragione (molto poco verosimile) e dunque che io possa aver torto. E non vale la frequente controrisposta della medicina complementare secondo la quale sarebbe la medicina ufficiale a dover invece provare la non sussistenza delle affermazioni della medicina complementare. Non vale, perché la prova negativa oggi non può più (non deve) essere richiesta. Troppe streghe sono state bruciate perché non hanno potuto dimostrare di non aver visto il diavolo! Come un mio vecchio studente mi ha ricordato schematizzando: “sulla base dell’insegnamento popperiano, non c’è nulla di più falso o, meglio, di più fuorviante, di dire o scrivere: è scientificamente provato che…”.
Torno al concetto di medicine complementari. Per me la medicina o è scientifica o non è medicina. Se le medicine complementari si declinano nell’ambito della scienza popperiana esse non devono essere chiamate complementari ma solo e semplicemente medicina. Se una medicina complementare si presenta con affermazioni sulle quali si possa effettuare un esperimento che possa eventualmente dimostrarne la falsità, allora quella non è una medicina complementare, ma solo una normale medicina scientifica. La scienza infatti, come Popper insegnò, non sta nel risultato o nella certezza di un fatto, ma nel metodo seguito per arrivare ad affermarlo (proprio a causa dell’impossibilità di provarne la certezza). Ne consegue l’umiltà quasi monastica del serio scienziato. Al contrario non mi piace il termine di medicina ufficiale poiché, anche qui, o la medicina è scientifica o non è, senza bisogno di definirla ufficiale come se avesse bisogno di un pontefice che ne affermi la legittimità. Peraltro si dice che la medicina non è una scienza esatta. Ma ancora, o una disciplina usa il metodo scientifico, e allora è scienza, o non è scienza, indipendentemente da quanto al momento le sue misure possano essere esatte o precise. In astrofisica non si possono fare misure molto precise (più o meno come quelle oggi possibili in medicina), purtuttavia l’astrofisica usa il metodo scientifico come la medicina ed è, solo per questo, una scienza. Noto che quando si parla di medicine complementari l’accento si pone sulle terapie complementari mentre sono curiosamente assenti nel linguaggio comune concetti apparentemente analoghi di biologia complementare o di anatomia complementare o di fisiologia complementare o di patologia complementare.
La forbice tra medicina complementare e medicina pare dunque aprirsi al momento della clinica, dunque innestandosi su un tronco comune indubbiamente e sicuramente scientifico. Mi sono posto a lungo questo problema, solo apparentemente futile, e ne ho finalmente trovato soluzione solo da pochi mesi, leggendo quel capolavoro che è il difficile libro del professor Kazem Sadegh-Zadeh: Handbook of analytic philosophy of medicine (Springer 2012). La risposta sta nel significato ultimo dell’atto clinico terapeutico e nella sua intima e ultima descrizione e comprensione. E proprio Sadegh-Zadeh ci aiuta in questo con la sua analisi della teoria della terapia. Nota Sadegh-Zadeh che la terapia è un atto complesso che ha come scopo quello di rispondere ad un desiderio del paziente relativo non soltanto al suo stato attuale, ma anche all’evitare un certo possibile e negativo accadimento futuro. Giustamente è la prognosi che indirizza più propriamente la terapia, e non la diagnosi come più spesso si ritiene! Tanto è vero che molte terapie, soprattutto in condizioni di urgenza, vengono messe in atto anche nella temporanea assenza di una diagnosi pur di scongiurare un evento prognostico avverso e molto probabile (evento che si ritiene a priori non voluto dal paziente anche quando questo si trovi in condizioni di incoscienza, ma qui ci inoltriamo sulle problematiche del testamento biologico che adesso non voglio trattare). Ma Sadegh-Zadeh va oltre chiedendosi formalmente cosa sia veramente la terapia e di cosa questo atto medico sia composto. L’autore identifica otto elementi che contribuiscono a formare la terapia: in primo luogo ciò che lui chiama il therapeuticum (medicina, dispositivo, azione, etc.), poi il tipo di paziente (genere, età, ecc.), lo specifico stato di malattia (diagnosi), le condizioni cliniche di contorno (allergie, co-morbidità, ecc.), lo specifico ambiente sociale del paziente (stato civile, ceto sociale, condizioni di lavoro, ecc.), lo scopo del trattamento (cura, cura palliativa, terapia antidolore, ecc.), l’immagine del medico percepita e la psicologia del medico, il modus therapeuticus del medico (empatia, ecc.). Questi otto elementi possono tutti coesistere in un atto terapeutico ovvero possono essere presenti con differenti intensità e qualcuno può anche mancare del tutto senza per questo inficiare il risultato terapeutico finale. Si può curare senza aver fatto una diagnosi come si può curare senza l’uso di una medicina. Questa definizione di Sadegh-Zadeh contiene dunque al contempo la medicina ufficiale e le medicine complementari in quanto entrambe mettono in funzione un atto terapeutico così definito.

Enrico M. Staderini
Western Switzerland University of Applied Sciences and Art
Medicina ufficiale, medicine complementarie, Ebm. Ma quante “medicine” esistono?
Capitale Medica. 2015;1:12-14,19

I riferimenti a questo e ai numeri precedenti di Capitale Medica, l’organo ufficiale dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri di Roma, sono qui:
Bollettini

Per saperne di più su Popper si può, per esempio, iniziare da qui:
Logica della scoperta scientifica

Foto: tpsdave / Pixabay.com (CC0 Public Domain)

di Massimo Pacifici

Medico chirurgo, specialista in chirurgia generale.


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