Arresto cardiaco: la rianimazione prolungata può essere più efficace

È pratica comune cessare presto le attività quando i pazienti non rispondono. I risultati di un nuovo studio su un argomento controverso.

Segnale internazionale che indica la presenza di un defibrillatore (DAE)

Defibrillatore

Gli sforzi per rianimare più a lungo migliorano le possibilità di sopravvivenza dei pazienti in arresto cardiaco intraospedaliero. Lo studio, pubblicato il 4 settembre su The Lancet, mette in discussione la credenza comune che è inutile estendere la rianimazione in pazienti che non rispondono immediatamente.

Secondo l’autore principale dello studio, Zachary Goldberger dell’Università di Washington, i nuovi risultati «suggeriscono che prolungare gli sforzi di rianimazione di 10 o 15 minuti potrebbe migliorare i risultati». Il prolungamento delle manovre di rianimazione – ha aggiunto Goldberger – non consuma più risorse mediche e ha solo «modesti» effetti sulla salute neurologica del paziente.

Nello studio, il team di Goldberger ha analizzato i dati raccolti tra il 2000 e il 2008 in 435 ospedali degli Stati Uniti su più di 64.000 pazienti sottoposti a rianimazione dopo aver subito un arresto cardiaco.

I pazienti sottoposti più a lungo a rianimazione hanno avuto più probabilità di essere rianimati con successo, con ripristino del battito cardiaco per almeno 20 minuti, o di sopravvivere e di essere dimessi dall’ospedale.

La percentuale di pazienti dimessi senza problemi neurologici o con lievi danni cerebrali è risultata indipendente dalla durata della rianimazione.

I ricercatori hanno sostenuto che i loro risultati non possono essere utilizzati per definire la durata ideale dei tentativi di rianimazione, ma suggeriscono che la definizione di un tempo minimo potrebbe migliorare gli esiti di questi casi.

Attualmente la sopravvivenza di questi pazienti è bassa. Nei paesi sviluppati subiscono un arresto cardiaco da uno a cinque pazienti ospedalizzati su 1.000. Meno del 20 per cento di questi pazienti sopravvive e viene dimesso.

È sicuramente difficile trarre conclusioni definitive da questo studio, che è di natura osservazionale. Esistono infatti molte variabili che influenzano la sopravvivenza di una persona dopo un arresto cardiaco.

La sopravvivenza dopo un arresto cardiaco intraospedaliero è piuttosto bassa quando non si può intervenire sulle cause dell’arresto stesso. Quando vi è una causa potenzialmente reversibile, un prolungamento dei tentativi di rianimazione appare maggiormente giustificato.


Goldberger ZD, Chan PS, Berg RA, Kronick SL, Cooke CR, Lu M, Banerjee M, Hayward RA, Krumholz HM, Nallamothu BK. Duration of resuscitation efforts and survival after in-hospital cardiac arrest: an observational study. The Lancet, Early Online Publication, 5 September 2012. doi:10.1016/S0140-6736(12)60862-9

di Massimo Pacifici

Medico chirurgo, specialista in chirurgia generale.


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